
.....................................................................................................................................................................................................................
31.1.04
Abbattetemi se comincio a sembrare Margaret Mazzantini.
Scritta un anno fa, per scaldare il cuore ad Elvira che andava a vivere a Mosca. Dedicata a tutte le partenze, ed a me stesso.
Una stanza buia. Un tappeto dal colore improbabile messo sotto un tavolo basso di legno, probabilmente più per coprire le macchie della moquette che per essere reale oggetto di arredamento. Due poltrone gonfie e lise di quelle dove non ci si siede perchè sono il pezzo forte della camera. Sui mobili di legno scolorito una lunga processione di ninnoli, tra cui una triste gondola di ferro battuto, acquistata per diecimilacinquecento lire in qualche negozio di souvenir di Cuneo per portare alla vecchia zia un ricordo del tuo viaggio in quel paese lontano. Tra i ninnoli, tre foto di ragazzi di età imprecisata. Ti soffermi a guardare quella pelle e quegli occhi, anziani anche se avranno avuto molti anni meno di te,e li immagini tutti e tre arruolati nell'Armata Rossa, e morti rispettivamente in Afghanistan, Kagikhistan e Tagikhistan, e tutti e tre in condizioni ben poco eroiche. Probabilmente saltati su una mina dopo aver trincato troppa vodka con una battona, ritirandosi al buio in caserma dopo la visita settimanale al bordello con i commilitoni. Ed a troneggiare il tutto, un'aquila imperiale impagliata, e la foto di un matrimonio. Un signore anziano e probabilmente preda di troppo alcool, grassoccio e con l'aria ostentatamente seriosa dell'impiegato catastale nel giorno di ferie retribuite, ed al suo fianco una bella signora bionda sorridente, niente a che fare con quello scatafascio deforme che ti ha aperto la porta un'ora fa, stringendoti la mano e riducendotela quasi in pezzi, e dandoti un caloroso benvenuto con tre parole biascicate a mezza bocca senza levare la sigaretta dall'angolo della bocca: stanza da letto, bagno, cucina. Benvenuta a Mosca.
Questa la casa dove si accinge a passare la sua prima notte moscovita. Certo, non che si aspettasse la suite con vista, quello no, ma almeno non si rimproverava di avere esagerato nella preparazione della valigia quando, al momento di farsi una doccia calda per levarsi dalle ossa il gelido vento della Siberia, si era congratulata con se stessa per le ciabatte di gomma infilate all'ultimo momento nella valigia. Il fondo giallo ocra della vasca da bagno come denso compagno di avventura per quei tre mesi. Lo scaldabagno funzionava. Lasciò cadere un pò della tensione accumulata nell'arrivo. I chilometri vissuti attimo per attimo in un taxi su strade lunghe, enormi e deserte, in compagnia di poche automobili degli anni cinquanta, ogni tanto intervallate da un ultimo modello di Mercedes portata a massima velocità da qualche nuovo ricco, il naso premuto contro il finestrino per non perdersi neanche un dettaglio, quella radio che sputava canzoni e parole in una lingua che mai come ora sembrava completamente sconosciuta, e dire che dovresti riuscire a concentrarti e capirla. La solita constatazione che la periferia delle grandi città, da Caracas a Los Angeles a Pechino, è sempre una triste processione di strade male asfaltate, quartieri dormitorio per impiegati e spacciatori, e trampolino di lancio verso un centro scintillante di luci sempre più lontano.
Prese coraggio, ed accettò la vodka che le veniva offerta, insieme al classico cetriolo. Fece attenzione a buttala giù tutta di un sorso, e non si sorprese più di tanto al fatto che il calore del liquore non le facesse girare la testa. Ripensò a quando si era bambini nei primi anni ottanta, e le luci non erano piene e bianche come oggi, ma tutte un pò giallognole e davano quell'alone di malinconia su tutti i pomeriggi passati a leggere il sussidiario mentre fuori già era buio. Pensò che la prima notte fuori di un viaggio è sempre quello dove la malinconia ti prende male, e si fece forza. Comunque rifiutò il secondo giro di vodka che la matrona deforme le propose.
La matrona continuò da sola.
Nonostante tutto, la mattina dopo sarebbe stata sommersa dalla curiosità di vedere il Cremlino, la Tverskaja, e tutti i luoghi raccontati dagli scrittori. Si mise a letto, accese il walkman, e cominciò a smanettare tra le stazioni. Non aveva mai pensato che un giorno nella sua vita anche una canzone di Al Bano e Romina le avrebbe potuto riscaldare il cuore.
Una stanza buia. Un tappeto dal colore improbabile messo sotto un tavolo basso di legno, probabilmente più per coprire le macchie della moquette che per essere reale oggetto di arredamento. Due poltrone gonfie e lise di quelle dove non ci si siede perchè sono il pezzo forte della camera. Sui mobili di legno scolorito una lunga processione di ninnoli, tra cui una triste gondola di ferro battuto, acquistata per diecimilacinquecento lire in qualche negozio di souvenir di Cuneo per portare alla vecchia zia un ricordo del tuo viaggio in quel paese lontano. Tra i ninnoli, tre foto di ragazzi di età imprecisata. Ti soffermi a guardare quella pelle e quegli occhi, anziani anche se avranno avuto molti anni meno di te,e li immagini tutti e tre arruolati nell'Armata Rossa, e morti rispettivamente in Afghanistan, Kagikhistan e Tagikhistan, e tutti e tre in condizioni ben poco eroiche. Probabilmente saltati su una mina dopo aver trincato troppa vodka con una battona, ritirandosi al buio in caserma dopo la visita settimanale al bordello con i commilitoni. Ed a troneggiare il tutto, un'aquila imperiale impagliata, e la foto di un matrimonio. Un signore anziano e probabilmente preda di troppo alcool, grassoccio e con l'aria ostentatamente seriosa dell'impiegato catastale nel giorno di ferie retribuite, ed al suo fianco una bella signora bionda sorridente, niente a che fare con quello scatafascio deforme che ti ha aperto la porta un'ora fa, stringendoti la mano e riducendotela quasi in pezzi, e dandoti un caloroso benvenuto con tre parole biascicate a mezza bocca senza levare la sigaretta dall'angolo della bocca: stanza da letto, bagno, cucina. Benvenuta a Mosca.
Questa la casa dove si accinge a passare la sua prima notte moscovita. Certo, non che si aspettasse la suite con vista, quello no, ma almeno non si rimproverava di avere esagerato nella preparazione della valigia quando, al momento di farsi una doccia calda per levarsi dalle ossa il gelido vento della Siberia, si era congratulata con se stessa per le ciabatte di gomma infilate all'ultimo momento nella valigia. Il fondo giallo ocra della vasca da bagno come denso compagno di avventura per quei tre mesi. Lo scaldabagno funzionava. Lasciò cadere un pò della tensione accumulata nell'arrivo. I chilometri vissuti attimo per attimo in un taxi su strade lunghe, enormi e deserte, in compagnia di poche automobili degli anni cinquanta, ogni tanto intervallate da un ultimo modello di Mercedes portata a massima velocità da qualche nuovo ricco, il naso premuto contro il finestrino per non perdersi neanche un dettaglio, quella radio che sputava canzoni e parole in una lingua che mai come ora sembrava completamente sconosciuta, e dire che dovresti riuscire a concentrarti e capirla. La solita constatazione che la periferia delle grandi città, da Caracas a Los Angeles a Pechino, è sempre una triste processione di strade male asfaltate, quartieri dormitorio per impiegati e spacciatori, e trampolino di lancio verso un centro scintillante di luci sempre più lontano.
Prese coraggio, ed accettò la vodka che le veniva offerta, insieme al classico cetriolo. Fece attenzione a buttala giù tutta di un sorso, e non si sorprese più di tanto al fatto che il calore del liquore non le facesse girare la testa. Ripensò a quando si era bambini nei primi anni ottanta, e le luci non erano piene e bianche come oggi, ma tutte un pò giallognole e davano quell'alone di malinconia su tutti i pomeriggi passati a leggere il sussidiario mentre fuori già era buio. Pensò che la prima notte fuori di un viaggio è sempre quello dove la malinconia ti prende male, e si fece forza. Comunque rifiutò il secondo giro di vodka che la matrona deforme le propose.
La matrona continuò da sola.
Nonostante tutto, la mattina dopo sarebbe stata sommersa dalla curiosità di vedere il Cremlino, la Tverskaja, e tutti i luoghi raccontati dagli scrittori. Si mise a letto, accese il walkman, e cominciò a smanettare tra le stazioni. Non aveva mai pensato che un giorno nella sua vita anche una canzone di Al Bano e Romina le avrebbe potuto riscaldare il cuore.
Unknown, 31.1.04